carenza infermieri

Mentre l’Italia continua a fare i conti con una grave carenza di infermieri, un altro dato emerge con forza: la mobilità del personale sanitario resta fortemente limitata, creando un paradosso che incide sull’efficienza del sistema e sulla vita dei professionisti.

Da un lato le aziende sanitarie dichiarano fabbisogni crescenti di personale; dall’altro, migliaia di professionisti sanitari già in servizio non riescono a trasferirsi nelle sedi più vicine  alla propria esistenza o nei territori di origine. 

Concorsi attivati ma le procedure di mobilità sono lente o bloccate: il risultato è un sistema che assume senza riequilibrare, recluta senza valorizzare e, soprattutto, non consente ai professionisti di ricongiungersi alle proprie famiglie.

Un sistema che non redistribuisce

Le politiche di reclutamento sono necessarie ma non affrontano in modo strutturale la distribuzione del personale sul territorio nazionale. 

Le procedure di mobilità, spesso lente o soggette a vincoli organizzativi e regionali, non riescono a garantire quella flessibilità che permetterebbe di riequilibrare le dotazioni organiche. In alcune aree del Paese si registrano scoperture significative, mentre in altre, professionisti già assunti attendono a lungo un trasferimento. Questa asimmetria produce inefficienze e alimenta un senso di frustrazione tra gli operatori.

La mobilità, in teoria, rappresenta uno strumento ordinario di gestione delle risorse umane. Nella pratica, però, finisce per diventare un percorso complesso, talvolta bloccato da vincoli amministrativi, tetti di spesa o difficoltà nella sostituzione del personale in uscita. 

Mobilità bloccata: conseguenze su infermieri e assistenza

La mobilità bloccata non è soltanto una questione amministrativa. È un tema che incide direttamente sulla qualità della vita degli infermieri e, di riflesso, sulla qualità dell’assistenza.

Lavorare lontano da casa significa affrontare costi economici elevati – affitti, spostamenti, doppie abitazioni – oltre a carichi emotivi significativi. La distanza dalla famiglia e dalla rete sociale comporta difficoltà organizzative che si sommano a turni gravosi, responsabilità crescenti e carenze di organico. In un contesto già caratterizzato da elevato stress professionale, l’impossibilità di avvicinarsi ai propri affetti può diventare un ulteriore fattore di demotivazione e, in alcuni casi, di abbandono della professione o di migrazione verso il settore privato o l’estero.

Il benessere organizzativo non è un elemento accessorio: influisce sulla stabilità delle équipe, sulla continuità essenziale e sulla capacità delle strutture di programmare nel medio-lungo periodo.

Sanità territoriale e nuove sfide organizzative

L’espansione della sanità territoriale, con lo sviluppo di nuove strutture e servizi di prossimità, rappresenta un’opportunità per migliorare l’accesso alle cure e alleggerire la pressione sugli ospedali. Tuttavia, senza una revisione delle politiche di mobilità, il rischio è quello di creare nuove strutture senza garantire un adeguato equilibrio nella distribuzione del personale.

Se non si interviene sui meccanismi che regolano trasferimenti e ricollocazioni, l’ampliamento dell’offerta rischia di tradursi in una competizione interna tra servizi, con ulteriori squilibri. La pianificazione delle risorse umane dovrebbe procedere in parallelo con la programmazione delle infrastrutture e dei modelli organizzativi.

Mobilità come leva strategica

Considerare la mobilità un ostacolo burocratico significa rinunciare a uno strumento strategico di governo del personale. Una gestione più fluida e trasparente della situazione potrebbe consentire di ottimizzare competenze già presenti nel sistema, ridurre il turnover e rafforzare la stabilità organizzativa delle aziende sanitarie.

La carenza infermieristica non si affronta soltanto aumentando i numeri in ingresso. Occorre intervenire anche su ciò che già esiste: professionisti formati, in servizio, pronti a dare il proprio contributo nei territori in cui vivono o desiderano rientrare. Senza una reale apertura alla mobilità e senza una visione nazionale capace di superare rigidità locali, il sistema rischia di continuare a inseguire le emergenze, senza risolvere le criticità strutturali che le generano.